Evadere

in ognuno di noi c'è l'inquetudine della fuga, l'intolleranza dello spazio chiuso, del consueto

Chi è il Franz ?

Posted on 11 December 

 

Questo sarebbe stato il mio biglietto d’auguri per te. Tanti auguri Franz.

 

Chi è il Franz ? Il Franz è il Franz. Un uomo difficile da descrivere con le parole, un uomo difficile da conoscere.

Si concede poco a poco, come una donna ricercata va a lungo corteggiato. All’apparenza potrebbe sembrare schivo e sulle sue, in realtà nasconde dentro di sé un immenso cuore. Tra gli amici ognuno conosce di lui un piccolo tassello, e quando ci si ritrova per mettere insieme i pezzi il risultato finale è un puzzle meraviglioso. Tante piccole tessere dalle mille sfumature che accostate l’una all’altra non creano disordine ma bellezza ed armonia.

 

Il Franz è un uomo che ha saputo ricostruire il cuore di una donna che come un vaso quando cade si era frantumato in mille pezzi. Come un arcobaleno dopo un temporale, ha ridato serenità e colore alla vita di questa donna. L’ha incoraggiata a credere nelle proprie capacità e a non avere paura ad inseguire i propri sogni, anche se a volte questi ci fanno paura e sembrano irrealizzabili.

 

Per il Franz non esiste caldo o freddo, sereno o cattivo tempo, qualcosa si combina lo stesso. Anche se è nuvolo e ci sono tre gradi si riesce comunque a fare due tiri in falesia, se piove una corsetta non fa mai male. Quando si è in sua compagnia è impossibile essere tristi o di cattivo umore, ha una battuta sempre pronta ed ecco che il sorriso fa capolino.

 

È dotato di un dono unico il Franz. Un dono speciale che pochi nella vita hanno la fortuna di avere.

Nutre una passione che nessuna donna al mondo potrà strappargli via. Un amore che brilla nei suoi occhi, che trasmette a chiunque lo incontri sul cammino, che trasuda da ogni poro della sua pelle, che lo sfama e lo disseta. Ogni opportunità viene colta al volo per andare a trovarla. Percorre chilometri e chilometri in macchina, a piedi, sugli sci per raggiungerla.

La ama in ogni veste essa si mostri e in ogni stagione. Non ha importanza che sia coperta da un manto di neve, da uno strato di ghiaccio, o che rilasci il calore immagazzinato dai raggi di sole che la investono. Le emozioni che Franz prova quando è in sua compagnia sono indescrivibili. Franz stesso non riesce a trasmetterle a parole. Sono emozioni uniche che Franz custodisce gelosamente dentro di sé. Sentimenti che si amplificano quando si trova da solo con LEI.

Quel che è certo è che in sua compagnia Franz è estremamente felice, LEI è la sua vita, una scelta di vita, è la sua gioia di vivere. Non riesce a starle lontano a lungo, sente subito nostalgia. È un richiamo naturale. Un bisogno primordiale.

Solo chi come il Franz ha avuto la fortuna di incontrarla ed innamorarsene potrà comprendere queste righe: Cara Lu, nella mia indole di uomo ed alpinista, ci sono momenti che avrei piacere a trascorrere da solo. Le emozioni che ne scaturiscono, appartengono alla parte più intima di ogni uomo, ed una volta tornato a valle, svaniscono tre le montagne, perché quello è il loro posto”.

Tanti auguri Franz. La tua Lu.

Inseguendo l'alba

posted on  26 November 2018 

 

Ore 4.30 di una fresca mattinata di inizio settembre, la sveglia del telefono suona, cerco l'interruttore della luce, ma dopo qualche secondo realizzo che non troverò nessun interruttore dato che mi trovo in una camera di un rifugio a 2.200 metri dove la notte non cè corrente perché il generatore viene spento.

 

Faccio mente locale, e inizio a cercare la pila frontale, la trovo e la accendo facendo attenzione a non puntarla sul letto della mia compagna di stanza che sta ancora dormendo. Mi alzo di scatto, è un risveglio traumatico, ma conoscendomi so che se temporeggiassi anche solo per pochi minuti, coccolata dal calore del piumone, mi riaddormenterei nel giro di pochi secondi.

Tolgo il pigiama, fa freddo, terribilmente freddo. Ci saranno sì e no quattro gradi in questa stanza. “Alzarsi alle quattro per andare a vedere l’alba, ma che bella idea Lucia. “ Avrei potuto dormire a lungo questa mattina, invece la sete di quei paesaggi mozzafiato che solo le albe in montagna sanno regalare, mi ha portata a questa folle sveglia.

Appoggio la frontale sul letto, e mi vesto il più in fretta possibile per combattere il freddo. Pantaloni pesanti, maglietta termica, calze di lana merinos, pile, piumino, zainetto, ok sono pronta.

Apro la porta e la richiudo cautamente, scendo le vecchie scale in legno che scricchiolano al mio passaggio. Entro nella sala da pranzo avvolta nell’oscurità, nessuno ha ancora fatto colazione. Ci sono pochi ospiti in questi giorni in rifugio, la stagione sta giungendo al termine. Mangio al volo una fetta di pane e due biscotti, bevo una tazza di tè ed esco inghiottita dal buio della notte.

L’aria fredda dà sferzate sul mio viso, che si ripercuotono sul resto del corpo in piccoli brividi. Sprazzi di energia ed adrenalina che mi aiutano a svegliarmi. Alzo gli occhi al cielo: è nero come la pece ma costellato da migliaia di piccoli puntini bianchi, è una stellata magnifica.

 

Inizio a correre, e mi accorgo subito che la luce della frontale è piuttosto fioca. Per fortuna ho percorso questo sentiero decine di volte questa estate e lo conosco a memoria.

Dopo pochi minuti, la frontale decide di abbandonarmi del tutto. “ Lucia stai calma. Conosci a menadito questo sentiero, te la caverai benissimo anche senza frontale”. Guardo l’orologio per vedere che ore sono, ho paura di essere in ritardo, e di arrivare a destinazione che il sole sia già sorto.

Cerco di aumentare il ritmo dei passi, ma sento le gambe rigide. Ho sempre fatto fatica a correre al mattino presto.

Non demordo, e continuo a correre, finalmente sono all’inizio del ghiaione, ora inizia la salita. Nell’oscurità cerco di intravedere i segni bianco e rossi che identificano il sentiero. È facile perdersi in questo punto. Soprattutto se è buio pesto e non hai una frontale. “Lucia, stai calma” ispiro profondamente. Chiudo gli occhi e con la mente cerco di ricostruire la traccia del sentiero. Li riapro e dopo qualche passo scorgo su un sasso quel segno bianco e rosso che tanto attendevo. “Bene sono sulla strada giusta”. Dopo qualche minuto intravedo anche le corde fisse della ferrata, ora non posso più sbagliare. Afferro il cavo ed inizio a salire.

Al termine della ferrata so che devo puntare verso sinistra. Su questo tratto non ci sono segni sul sentiero. Sembra tutto uguale, rocce e solo rocce. Inizio a vagare senza una meta precisa, ad un tratto una scarpa tocca la neve. Sento il piede scivolare, cerco l'equilibro, cado sul nevaio per qualche metro, finché non riesco ad arrestarmi. Un brivido di adrenalina mi scuote e mi riporta alla realtà. “Sto andando nella direzione completamente sbagliata, se finisco sul nevaio , sono guai seri”. Cerco di tornare sui miei passi. Vedo un masso gigante mi siedo e lacrime imperlate di sudore iniziano a rigarmi il viso. Sono lacrime di paura, di smarrimento. Sono lacrime di liberazione, di mesi di pensieri e solitudine. Sono lacrime di scelte. Se sono quì ora sola è perché l’ho scelto. Ho scelto di fare la stagione in rifugio, di abbandonare un contratto a tempo indeterminato per trascorrere più tempo in montagna ed inseguire un sogno.

Non so quanto tempo passa, ma quando rialzo gli occhi al cielo vedo che ha iniziato ad albeggiare e scorgo in lontananza il rifugio. Non perdo un attimo ed inizio a correre. È una corsa liberatoria, una corsa di rinascita. Tiro fuori tutta la forza che è dentro di me. Quando arrivo al rifugio, è il quadro più bello che abbia mai visto. Sembra che madre natura l’abbia dipinto apposta per me. Striature rosee , che si incendiano e diventano rosso fuoco. Sono sola ad assistere a questo spettacolo. Non sono mai stata così in pace con me stessa.

 

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2018

La puoi trovare qui :

 

http://www.altitudini.it/inseguendo-lalba/

 

Follow the Sun

Series of Partner in Crime: Chapter 1 Alice in Wonderland

Posted on 14 November

 

Alice, è la prima vittima che ho scelto tra le descrizioni dei miei partner in crime.

Alice è stata una piacevole scoperta di questa estate durante la stagione trascorsa a lavorare in rifugio.

Ci sono persone che non si scelgono, entrano nella nostra vita quando meno te l’aspetti e fin da subito scatta un’intesa profonda, come se quella persona la conoscessimo da una vita. Con Alice è andata proprio cosi. Non abbiamo avuto modo di conoscerci gradualmente, di scoprirci. No, ci siamo ritrovate a condividere la stessa camera, a lavorare insieme, trascorrere le giornate sotto lo stesso tetto h24 per quattro lunghi mesi.

Nessuna via di scampo. Un rifugio a 2.000 metri e una camera nella quale tra vestiti, zaini, tappetini yoga e materiale di arrampicata, faticavamo a muoverci.

 

Molto simili per certi versi ma estremamente diverse per altri. Io irrequieta, troppo polemica a volte. Durante i pochi momenti di pausa dal lavoro non vedevo l’ora di andare a correre e muovermi. Lei tranquilla e pacifica. Trascorreva beata gli attimi di riposo godendosi una sigarettina ed assaporando raggi di sole. Otto anni più vecchia di me, mi odierà per questa descrizione già lo so, ma con la grinta e lo spirito di una quindicenne e la maturità di una donna adulta. In un modo o nell’altro, sono sempre riuscita a trascinarla nelle mie scorribande: bivacchi sotto le stelle rinunciando alla comodità e il calore della nostra cameretta, sveglie folli per andare a vedere albe mozzafiato, corse notturne per scendere in paese a bersi una birretta e respirare un po’ di civiltà.

Quando non ero io a proporle qualche “fuga”, era lei a convincermi a seguirla.

 

Non esagero quando affermo che non penso sarei riuscita a sopravvivere ad una stagione in rifugio senza Alice. Fare una stagione quattro mesi in rifugio dove ci sono giorni che lavori anche 16 ore non è facile.

La vita di rifugio è scandita da attimi di pura felicità, in cui ti senti piena di energia al 200% contrastatati da attimi di delirio, in cui vorresti a mandare a quel paese chiunque ti trovi davanti e arrivi a sera talmente stanca da buttarti nel letto con i vestiti addosso. Era proprio in questi attimi che trovavamo sostegno e conforto reciprocamente.

Alice è stata una spalla su cui appoggiarmi, una sorella maggiore con la quale confidarmi, un’amica con la quale ridere fino a farmi venire mal di pancia, un fazzoletto per asciugare lacrime, un compagno d’avventura, un consigliere fidato.

Terminata la stagione, avevamo entrambe molta paura. Paura che la nostra amicizia che era sbocciata così velocemente ed intensamente, alla fine sarebbe appassita altrettanto velocemente. Complice forse la distanza geografica che non avrebbe permesso di mantenere un rapporto costante e quotidiano. Ma alla fine i rapporti umani autentici sono proprio quelli che riescono a sopravvivere al tempo e alla distanza. E con Alice è andata proprio così.

Hut lifestyle

Quel bisogno primordiale

Posted on 7 November

 

Piove, c'è nebbia e fa freddo. Le cerco tutte le scuse per non uscire a correre.

Con in mano una tazza fumante di tè, osservo ancora per qualche minuto il grigio paesaggio fuori dalla finestra. So già la fatica che mi aspetta, un motivo in più per desistere.

Ma poi penso al senso di libertà che provo quando corro e alla soddisfazione del fare fatica.

In un attimo mi ritrovo ad imboccare il sentiero dietro casa, immersa nell'umidità autunnale tipica della pianura padana.

 

La fatica mi fa sentire viva. Mi rende consapevole che ho un corpo che non può starsene a poltrire tutto il giorno, ma necessita di muoversi, di sfogarsi. A volte addirittura per aumentarla corro con in spalla zaini pesanti, gli riempio di bottiglie d'acqua. In questo modo, simulo gli avvicinamenti in montagna, quando spesso il mio corpicino, al di sotto dei 50 chili,deve trasportare zaini che a volte pesano venti chili, carichi di materiale acqua e cibo.

 

La corsa ha sempre significato per me tre parole: liberazione, solitudine, ricerca.

Non sono mai stata una runner di livello, non ho mai fatto gare (o almeno non ancora), non ho mai seguito tabelle di allenamento specifico.

Ho sempre prediletto altri sport rispetto alla corsa: una giornata trascorsa con amici in falesia ad arrampicare, una ravanata in montagna, una cascata di ghiaccio.

Eppure, nonostante il mio rapporto di amore-odio nei confronti di questo sport, sento il bisogno di correre. Corro per sprigionare tensione, delusioni, abbandonare pensieri negativi e paure. C'è chi affoga i propri dispiaceri in una bottiglia di vino, che si fuma una canna, chi trangugia chili di gelato, io semplicemente corro e lo faccio da sola. Molti adorano correre in gruppo, io lo detesto. Correre infatti per me è anche ricerca di solitudine. Una donna che molti temono, ma con la quale invece io amo trascorrere del tempo. Sento il bisogno di isolarmi, isolarmi da ogni rumore, ascoltare il silenzio che parla con le parole più belle che ogni umano possa trovare. Cerco posti isolati. Non amo macinare chilometri sull’asfalto, preferisco perdermi su sentieri in collina. Sentire il rumore della foglie al mio passaggio, sporcarmi le scarpe e le gambe di fango. Scivolare a volte. Sbucciarmi i palmi della mani in discesa.

 

Mentre corro, sono travolta da sentimenti contrastanti. All’inizio il primo pensiero è sempre lo stesso: chi me l’ha fatto fare. Non è divertente, costa fatica solo tanta fatica. Quindi il rimprovero a me stessa e alle mie malsane idee.

Poi si passa alla fase in cui, la fatica inizia a farsi sentire e quindi è necessario concentrarsi. Ed allora cerco di svuotare il cervello da ogni distrazione, di concentrarmi sul ritmo dei passi, sul respiro. Inspiro ed espiro, il caldo del fiato crea circoli di fumo nell'umidità dell’aria.

Balena nella mente l’istinto di fermarsi ed iniziare a camminare. Il grillo parlante che si fa sentire: “ No, Lucia tieni duro, non mollare”. La salita che sembra eterna, l'orgoglio e la determinazione che riaffiorano e mi danno la forza per continuare. Stringo i denti, scappa anche un MERDA.

Gli ultimi sforzi, vedo la fine della salita. Sento il volto paonazzo. Inizio a contare, è il countdown finale. Finalmente sono in cima. Da qui in poi, è solo discesa. Lascio andare le gambe e per un attimo i pensieri. Uno sguardo all’orologio.

Lo sprint finale e senza nemmeno rendermene conto sono già di ritorno a casa.

Un po’ di streching in giardino ed infine la meritata doccia calda. Quella doccia che già all’inizio della corsa tanto sognavo.

Grey day: running under the rain