Evadere

in ognuno di noi c'è l'inquietudine della fuga, l'intolleranza dello spazio chiuso, del consueto

Chapter 6: L'attimo (s)fuggente

Posted on 6th December 2019

Sto camminando a passo svelto, oddio sono in ritardo, non mi sarò peruanizzata a tal punto di aver perso la puntualità svizzera che mi caratterizzava? Cammino al ritmo di questa città che si sveglia presto al mattino e al ritmo del pop latino che mi ostino ad ascoltare, nonostante non mi faccia impazzire, per cercare di migliorare quel espanol che per molti versi è ancora itanol (un miscuglio di italiano e spagnolo). La musica si interrompe dall’arrivo di un’email. La apro e per un attimo mi sento mancare il respiro. In allegato c’è il biglietto aereo. Non un biglietto aereo qualunque ma quello del rientro definitivo in Italia. Non dovrei sorprendermi. In fondo, già lo sapevo che sarei tornata, era solo questione di definire la data esatta. Era parte delle regole del gioco e dell’avventura. Undici mesi in Perù. Una breve parentesi della vita. Un’esperienza con data di scadenza, come il visto che mi hanno stampato all’arrivo in aeroporto. Eppure quando vedo concretizzare quella data quasi non ci credo.

Arrivo in ufficio, cerco di concentrarmi ma non ce la faccio. Apro l’agenda e inizio a contare i giorni che mancano al mio rientro, ma mi perdo in questo conteggio. Ci riprovo. Niente da fare. Neanche a farlo apposta, dopo qualche minuto, un’amica scrive nel gruppo WhatsApp delle mie donne du du: “Ma Lu quando torni esattamente? “e io “il 20 febbraio, l’ho appena scoperto“. Dopo cinque minuti un altro messaggio: “Lu, mancano esattamente 100 giorni”. Un altro tuffo al cuore, 100 giorni? "Beh, cerco di pensare ottimista, 100 giorni è quasi un terzo di un anno, non è poi cosi poco”. Ma poi inizio a pensare ai mesi che già sono passati dal mio arrivo qui in Perù. Otto. Ed ai mesi che mancano, meno di tre, e allora quei cento giorni mi sembrano pochissimi. Riapro il calendario e riinizio a contare. Questa volta non i giorni ma i weekend, molto più facile perché sono molti di meno. E mi rendo conto che sono pochissimi. Riguardo la lista dei desideri, delle cose che mi ero ripromessa di voler fare prima della partenza. Le camminate, i posti che volevo visitare. È lunghissima. Non ce la farò mai a fare tutte queste cose prima che parta. “Ma cosa ho fatto in tutto questo tempo?” Ripenso ai weekend trascorsi, cerco di fare mente locale. Non sono quasi mai stata a casa con le mani in mano. Ho cercato di sfruttare al meglio ogni attimo di libertà per viaggiare, per scoprire ed esplorare. Per trascorrere bei momenti in compagnia di gente buena onda.Assaporando, lasciandomi travolgere e coinvolgere. Eppure questo tempo lo vorrei imbottigliare, catturare. Vorrei poter dilatare alcuni momenti e accorciare quelli più noiosi. Prolungare i fin de semana. Fermare il tempo e l’orologio in quegli attimi in cui sto cosi bene. In cui ogni fibra del mio corpo è semplicemente perfetta e allineata con gli astri.

Cento giorni e cento passi. Penso alla canzone dei Modena City Rambles- I cento passi, mentre mi impongo di camminare cento passi prima di fermarmi a riposare e respirare profondamente per poi ripartire. Me l’aveva insegnata babbo Fausto questa tecnica. Avevo otto anni e stavo dando anima e corpo per raggiungere la vetta del Monte Rosa. È ancora buio pesto. Non ho la minima idea di che ora sia. Le tre di notte mas o meno.  Da quanto tempo sto camminando ? Vorrei controllare l'orario sul cellulare ma non ho alcuna voglia di togliermi i guanti. Fa un freddo cane. Nonostante stia camminando con tutti i vestiti che ho portato con me, sferzate di vento gelido riescono a penetrare anche attraverso il piumino pesante che sto indossando. Attraverso il doppio strato di pantaloni e i guanti. La testa pulsa. È un dolore nuovo mai provato in vita mia. Forse perché il mio corpo non ha mai sperimentato questa quota? Nuovo record personale. Non ho un orologio tanto tecnico che mi indichi l'altitudine alla quale mi trovo, ma sicuramente ho già superato i 5500 metri di altitudine. Le gambe sono rigide e il respiro è un’apnea costante. “Per fortuna che sto camminando con il buio, penso, per lo meno non posso vedere quanto manca per raggiungere la cima". È una carovana di luci. Piccole formiche che si inseguono una dopa l’altra nella salita alla cima.

A poco a poco, il buio si dirada, lasciando spazio a tinte rossastre e aranciate. È un’esplosione di colori. Sfortunatamente il freddo che sto provando mi impedisce di godere appieno di tale bellezza. Fa freddo, troppo freddo voglio solo arrivare in cima. E proprio mentre lo penso, eccola spuntare la tanto attesa vetta del Chachani coronata dalla sua croce. Sembra vicinissima, eppure ad ogni passo che faccio sembra sempre più lontana. Un miraggio? Ho quasi paura, è risaputo che l’altitudine gioca brutti scherzi. Smetto di fissarla. E torno a contare. Questa volta lo sguardo si concentra sui miei piedi, e sulla roccia vulcanica interrotta da tratti di neve che sto calpestando. Passano i secondi, i minuti, le ore, decido finalmente di alzare gli occhi al cielo distaccandoli dalla terra e inaspettatamente mi trovo di fronte a quella maledetta croce tanto agognata. Non ci credo posso smettere di contare, niente più salita. Sono arrivata e quasi non me rendo conto. Gli occhi si riempiono di lacrime. Lacrime di gioia, di fatica, di pensieri. Il mio sguardo istintivamente si rivolge al cielo, è di un blu terso e intenso, come gli occhi di quell’angelo che sto cercando. Ridisegno il suo sorriso e mi sento viva. Il mio amico mi abbraccia e in quell’abbraccio sento tutto l’affetto di cui ho bisogno. I nostri sguardi si incrociano per un breve istante, e lui in quell’istante capisce tutto, si limita a sorridermi e rispettare il mio silenzio. Sento di nuovo quel dolore alla testa, è così intenso che la testa sembra esplodere, ora voglio solo scendere e lo voglio fare il più velocemente possibile. Giusto il tempo di bere un po’ di the caldo e dare un morso alla barretta e si riparte. Prima di iniziare la lunga discesa verso il campo base, rivolgo un ultimo sguardo alle meraviglie che mi circondano. Cerco di imprimere questi attimi nella mente. Chiudo gli occhi e come un fotografo scatto questa fotografia. Tutto sembra perfetto: la luce, l’esposizione, i colori. Nulla è fuori posto. Armonia perfetta. Scatto. Ecco un’altra fotografia da aggiungere all’album di questo anno. Una collezione di immagini: alcune colorate, altre in bianco e nero. Alcune raffigurano paesaggi, altre volti, ritratti, e oggetti. Molte solo io le potrò comprendere. Ma ciò che conta è che ognuna di esse mi riporterà a momenti, emozioni, ricordi.

Ps: So già che molti di voi vedendo la foto qui sotto non crederanno che la cima del Chachani raggiunge i 6057 metri di altitudine, pero così è ! Per tutto il resto c’è Wikipedia.

Cumbre del Chachani (6057 metros)

Atardecer en Pitumarca

Chapter five: Evadere

Posted on 10th Octuber 

Questa volta ho provato a fare anche la traduzione in spagnolo. Sono sicura che non sarà perfetta. Il gesto vuole essere un omaggio alle persone fantastiche che ho incontrato in questa valle. Persone che mi hanno accolta come parte della loro famiglia. Persone con le quali ho condiviso momenti unici.

Esta vez intenté de hacer también la traducción en español. Estoy segura que non es perfecta. Pero quiere ser un gesto de agradecimiento a las personas increíbles que tuve la oportunidad de encontrar en este valle. Personas que me recibieron como familia. Personas con la cuales he compartido momentos únicos

Perché il servizio civile non è solo lavoro, ma ricercare equilibrio e ritagliarsi i propri spazi anche dall’altra parte del mondo facendo ciò che ci fa stare bene.

Porque el servicio civil no es solo trabajo, si no también recercar el proprio equilibrio también en la otra parte del mundo haciendo cosas que no hacen sentir bien.

EVADERE - ESCAPAR

Sento quel bisogno primordiale che a volte si risveglia in me. Voglia di evadere. Fuggire da Cusco, una città che per quanto sia affascinante in alcuni momenti prosciuga le mie energie. Sento necessità di silenzio, montagne, cieli stellati. Staccare la spina, spegnere il cervello e il telefono che per mia grande gioia in questo posto non prende. Insomma impostare la modalità “offline”. E così colgo un invito al volo e decido di sfruttare alcuni giorni di meritato riposo trascorrendoli in una valle che mi ha stregata fin dal primo istante in cui l’ho attraversata. Non così lontana da Cusco ma incastonata fuori dal mondo. Il verde dei suoi pendii, la dolcezza e al tempo stesso l’asprezza del profilo delle sue montagne, il ruscello che scorre, i lama che pascolano tranquilli, non possono lasciare indifferente nessun viandante che abbia la fortuna di attraversarla.

Siento una necesidad primordial que a veces se despierta en mí. Ganas de escapar. Escapar de Cusco, una ciudad muy linda que, en algunos momentos me agota muchìsimo, quitando mis energías. Siento la necesidad de silencio, de montañas, cielos estrellados. Tirar del enchufe desconectar la cabeza y el celular, para mi gran alegría, en este lugar no hay cobertura de red. Ganas de establecer el modo “offline”. Y así aprovecho y decido disfrutar algunos días feriados pasándolos en un valle que me ha encantado desde el primer momento. Es un valle no tan lejos de Cusco pero situado en una posición que parece estar afuera del mundo. El verde de sus laderas, la dolzura y al mismo tiempo la amargura del perfil de sus montanas, el riachuelo que corre, los llamas que pastorean tranquilos. Està seguro que este valle deja a boca abierta cada viajero que la atraviesa.

Non ho mai visto così tante stelle cadenti concentrate in un lasso di tempo tanto breve. Si susseguono con una tale rapidità che non faccio in tempo ad esprimere il desiderio successivo. Il cielo è nero come la pece e l’aria pungente nonostante sia vestita con cento mila strati e stia indossando ben due piumini. Tuttavia lo spettacolo che madre natura mi sta regalando in questo momento non ha eguali. I miei occhi si perdono nell’oscurità cercando di rintracciare in quella miriade di puntini bianchi alcune costellazioni, alcune non le ho mai viste in tutta la mia vita. Appartengono a questo emisfero e a questo cielo. Sono eternamente grata per essere qui ora. E non c’è nessuno altro luogo dove vorrei essere. Mi godo il presente, cercando di lasciarmi scivolare di dosso la forte nostalgia di casa provata nelle ultime settimane, quei chilometri che a volte pesano come dei macigni rendendo la quotidianità tanto difficile.

Nunca en mi vida he visto tantas estrellas fugaces concentradas en un periodo de tiempo tan breve. Se suceden tan rápidas que no tengo tiempo suficiente para pedir el deseo sucesivo. El cielo es totalmente oscuro y el aire es punzante aun si estoy bien abrigada y estoy llevando dos casacas de pluma. Sin embargo, el escenario que madre tierra me està dando en este momento es incomparable. Mis ojos se pierden en la oscuridad intentando localizar en esta infinidad de puntos blancos las constelaciones. Nunca he visto en mi vida algunas de estas constelaciones. Pertenecen a este cielo y a este hemisferio Me encuentro agradecida por estar aquí en este momento. Y no hay ningun otro lugar donde quería estar ahora. Disfruto del momento intentando olvidarme del sentimiento de nostalgia que he probado mucho en las últimas semanas, esos kilómetros de distancia que a veces pesan como rocas haciendo que la vida cotidiana sea tan difícil.

Le giornate a Pitumarca non hanno orari né piani. Ci svegliamo la mattina quando il sole decide di sorgere, ci laviamo nel rio che scorre accanto alla scuola abbandonata che è stata attrezzata come semplice ma confortevole rifugio per accogliere i pochi viaggiatori che decidono di avventurarsi fin quassù. Mi trovo a più di quattro mila metri e l’altura si fa sentire. Viene il fiatone solo ad inerpicarsi per raggiungere il bagno costruito dai comuneros nel bosco appena sopra il rifugio. Ma dopo qualche giorno anche il fisico si abitua alla quota ed è una conquista raggiungere la base della falesia senza andare in apnea. Il motto delle giornate trascorse è compartir e divertirsi. Condividiamo la comida, i vestiti per scaldarci, il materiale per scalare, ci scambiamo consigli, parole in lingue diverse, raccontiamo storie e avventure. Tra lunghe colazioni che si protraggono per ore in attesa che il sole scaldi la roccia, caffe, mate, lunghe chiacchierate, sessioni di yoga e scalate.

Los días en Pitumarca no tienen planes ni horarios. Nos despertamos la mañana cuando al sol “le da ganas” de salir, nos limpiamos bañándonos en el rio que fluye cerca de la escuela abandonada que fue equipada como un simple, pero confortable refugio para recibir a los pocos viajeros que deciden llegar hasta aquí. Estoy a más de cuatro mil metros y la altura se siente. Te quedas sin aire solo subiendo al baño construido para los comuneros en el bosque colocado justo arriba del refugio. Pero después de algunos días también el cuerpo se acostumbra a la altitud y es una conquista llegar a la base de la pared de escalada sin estar en apnea. El lema de estos días es compartir y divertirse. Compartimos la comida, las ropas para luchar contra el frìo, el equipaje para escalar, nos intercambios sugerencias, palabras en diferentes idiomas, contamos historias y aventuras. Largos desayunos esperando que el sol caliente la roca, café, matecito, charlas y risas, clases de yoga y escaladas.

Quattro giorni volano e senza che me ne renda conto è già domenica sera e mi ritrovo sull’autobus per tornare a Cusco. Mentre mi lascio la valle alle spalle, inconsciamente inizio a piangere: è un pianto nostalgico, è il pianto della fine del weekend, della non voglia di tornare a rinchiudermi in un ufficio. Cerco di cacciare indietro le lacrime, la mamita seduta accanto a me mi prende la mano, la sua è rugosa e segnata dal lavoro del campo, mi guarda dritta negli occhi e con voce dolce mi domanda: Que pasa Linda ? E come faccio a spiegarle ciò che sto provando? Mi sento ridicola. Non riuscirei a spiegarlo nemmeno nella mia lingua materna. Chiudo gli occhi e cerco di ridisegnare con la mente quel quadro fantastico: i suoi colori, i suoi odori e le emozioni provate, e mi rendo conto che sono davvero fortunata a poter godere di tale bellezza. È un capolavoro. Ed allora le lacrime si trasformano in un sorriso di felicità.

Cuatro días pasan volando y sin darme cuenta ya es domingo por la noche y ya me encuentro en bus para volver a Cusco. Mientras dejo atrás el valle, inconscientemente empiezo a llorar: es un lloro nostálgico, es el lloro del acabar del fin de semana, del regreso a la ciudad. Intento echar atrás las lágrimas. La mamita que está sentada cerca de mí, me agarra la mano. Es rugosa, es una mano que trabaja en el campo, me mira en lo ojos y me pregunta: ¿Que pasa linda? Pero, como puedo explicarle lo que ¿estoy probando? Tampoco sabría cómo explicarlo en mi idioma materno. Me siento ridícula. Cierro los ojos y intento rediseñar con la imaginación ese cuadro fantástico: sus colores, sus olores, las emociones probadas, y me doy cuenta que soy realmente afortunada de tener la oportunidad de vivir esta aventura. Es una obra maestra. Y entonces las làgrimas se convierten en cara de felicidad.

Lupuna

Al ritmo del Rio

Posted on 26th August 

Mi lascio trasportare cullata da questo rio e dal barco nel quale sto viaggiando. Dal rumore del suo motore che all’inizio mi sembrava cosi insopportabile e ora invece è una dolce musica di sottofondo. Lascio che i raggi del sole penetrino sulla mia pelle e mi scaldino le ossa. Sorrido, è quasi un anno che non mi capitava di stare in pantaloncini e canottiera. Che sogno. Io che ho sempre odiato il caldo, ne sentivo nostalgia quasi più che di una pizza italiana. Il freddo di Cusco mi stava consumando. Non ne potevo più di maglioni di lana, della bolsa dell’acqua calda che a forza di utilizzarla mi sta lasciando dei segni sulla pancia come marchi indelebili, di quell’immancabile raffreddore e tosse, di dovermi preparare thermos su thermos. Avevo voglia di caldo. Quel caldo così intenso da farti sudare. Avevo voglia di assaporare una breve parantesi di estate. Di prendere un po’ di tempo per me stessa, stare un po’ da sola. Uscire dal contesto della Sierra e vedere qualcosa di differente e nuovo. Salire su un aereo e atterrare in una città sconosciuta.

Scesa dall’aereo l’impatto iniziale è stato traumatico. In poco meno di due ore sono passata da cinque a trenta gradi. Da 3.300 metri di altitudine al livello del mare. Vengo investita da un’ondata di calore e umidità che quasi mi toglie il respiro. Prendo al volo un moto taxi e ho un flashback: estate 2017, Africa, Mozambico, Maputo. Stesso caos e confusione, le palme che costeggiano i bordi della strada, alberi di platano e cocco. Calore e zanzare, mototaxi che sfrecciano a tutta velocità. E in lontananza già vedo il rio, un rio che è così grande da sembrare il mare.

Fin dal primo istante mi rendo conto che Iquitos è una città pazzesca, folle. Estremamente difficile da descrivere e comprendere. Iquitos non è il Perù che ho conosciuto fino ad ora, mi sento catapultata in un altro paese. In un contesto totalmente differente da quello della Sierra. Dalla comida (cibo), al modo di parlare, ai tratti somatici dei suoi abitanti, la selva è un altro mondo e per me una novità assoluta tutta da scoprire.

Passeggiando per il Mercato di Belen sono invasa da odori forti e penetranti. Sui banchi dei commercianti vedo oggetti rari: teste di coccodrillo, uova di tartaruga, animali di cui non conosco il nome, pozioni afrodisiache e amuleti di ogni genere. Al porto di Nanay per la prima volta nella mia vita mangio il suri, una larva cotta alla griglia e venduta su un piatto come se fosse uno spiedino. Chiudo gli occhi mentre lo mangio e mi costringo a pensare che NO non sto mangiando un verme, e alla fine in realtà risulta più facile del previsto e mi sembra di mangiare un semplice spiedino di pollo. Mi fermo per strada a provare l’aguaje, un frutto esotico di un arancio intenso e dallo strano retrogusto che si consuma accompagnato con un pizzico di sale. Visito alcune comunità lungo il rio facendomi guidare da una famiglia locale incontrata per caso nel barco dove sono l’unica gringa. Mi accompagnano a visitare cascate magiche, completamente vestita mi bagno con acqua che sgorga direttamente dagli alberi di questa foresta, resto senza parole dinnanzi alla vista della lupuna un albero gigante, che arriva a settanta metri difficile da abbracciare e da ammirare in tutta la sua bellezza.

Trascorro tre giorni all’interno della riserva naturale Pacaya Samiria. Un paradiso per il corpo e per la mente, ne ritorno completamente rigenerata. Le giornate nella riserva scorrono lente tra passeggiate notturne alla ricerca di anaconda e serpenti dai colori fluorescenti, caccia di caimani, ed escursionI in pagaia sotto le stelle. I rumori della foresta durante la notte sono uno splendido concerto. La migliore orchestra che abbia mai ascoltato. La prima volta che nuoto nel rio sono terrorizzata. Ho paura dei piragna. E il fatto che questo rio sia tanto marrone da non poter vedere chi lo abita mi inquieta. Ma è una questione di necessità e virtù, è l’unico modo per lavarsi e poi ho bisogno di rinfrescarmi. Poi però una volta che sei dentro, ti lasci trasportare dalla sua corrente, che non sembra ma è davvero forte e quando dopo poco un delfino rosato ti passa accanto nuotando al tuo fianco non riesci a trattenere le lacrime di gioia.

La settimana vola, e senza che me ne accorga mi ritrovo sul volo per tornare a casa, alla mia Cusco. Mentre dal finestrino dell’aereo guardo il rio che scorre lento sotto un mare di nuvole circondato dalla foresta amazzonica, penso a quanto questo paese non smetta di stupirmi e ogni volta sappia regalarmi magiche emozioni.

Nostalagia canaglia: l'altra faccia della medaglia 

Posted on 11th June

Questo nuovo capitolo è dedicato a coloro che pensano che la mia avventura in Perù sia tutto rose e fiori. Coloro che leggendo i miei scritti, o guardano le fotografie che pubblico mi rispondono con affermazioni quali: uau, che figo, che invidia, vedo che te la stai spassando. Invito quelle persone a leggere le seguenti righe o a venirmi a trovare per capire come è la vera realtà. Detto ciò, sì non posso negare che sto godendo di un’opportunità unica. Ma le opportunità ci sono per tutti, quindi alzatevi dal divano e coglietele al volo. Buona lettura e buon viaggio.

Freddo, umido, pioggia. Stamattina è una di quelle mattine che vorrei svegliarmi nella mia cameretta in Italia. La mia stanza dalle pareti rosse e i mobili pitturati di blu. Le fotografie appese alla parete. La candela profumata sul comodino. Il calore del piumone che mi avvolge invece di queste coperte di lane che pizzicano. Stanotte ho raggiunto il record: ho cercato di utilizzarne ben quattro per combattere il freddo che non mi lasciava dormire, una sopra, l’altra. Poi alle due notte con i piedi congelati mi sono arresa e per l’ennesima volta ho tirato fuori dall’armadio il mio fedele sacco a pelo da -15: una delle poche cose utili e intelligenti che mi sia portata dall’Italia.

Si, stamattina avrei proprio voglia di crogiolarmi avvolta dal tepore del mio piumone, crogiolarmi per qualche minuto prima di alzarmi e preparami una di quelle colazioni che tanto mi piacciono: spremuta di arancia, cappuccino, yogurt con cereali e un bel toast con crudo e Philadelphia. Porca vacca, quanto mi manca il prosciutto. Mi godrei la colazione sfogliando l’internazionale e poi preparerei lo zaino per andare a trascorrere una bella giornata in falesia in compagnia di una delle mie compagne preferite: la mia super sister. Appuntamento al solito posto: un cappuccino al volo da Zilioli, accompagnato da una brioche smezzata alla quale non sappiamo resistere e via si parte per la magic valley. Sole, le dita che accarezzano la roccia, chiacchiere, e magnesite. Pausa a base di gossip, una tazza di tisana, e quel che passa in convento da mordere sotto i denti. Con la sister si scala finché la pelle è finita e il braccino non chiude più. Rientro a casa con tappa all’immancabile gelateria di fiducia, un cono due gusti grazie: fior di capra e bacio. Rientrata a casa mi farei una bella doccia a calda, anzi bollente. Di quelle che ti fanno venire i puntini rossi sulle gambe. E poi via raggiungerei le amiche donne du du per un aperitivo.

Che bel sogno! Il freddo mi riporta alla realtà: la sveglia continua a suonare, è già la quarta volta che la rimando ed è meglio che sta volta mi alzi per davvero se non voglio farmi uccidere dalle mie coinquiline. Conto fino a cinque, e mi alzo di scatto, agili e scattanti per affrontare il freddo! Afferro il telefono impregnato di umidità e corro in bagno. Apro subito l’acqua della doccia. Odio sprecare tutta questa acqua, ma è l’unica opzione se si vuole sperare che prima o poi esca calda. Imploro che lo sia, ieri sera quando sono tornata dalla palestra era ghiacciata e ho dovuto rinunciare. Passano cinque minuti, e siamo alle solite: all’inizio tiepida e poi proprio quando stai per sciacquarti i capelli dallo shampoo ecco che arriva ghiacciata, imprechi, bestemmi in spagnolo contro la padrona ti casa: giuro che la chiamo di nuovo oggi e la tartasso finché non risolve il problema. Esco dalla doccia tremante e attacco il phone per tentare di scaldarmi, il riscaldamento qui non esiste e il termometro indica che ci sono quattro gradi, specifico non temperatura esterna ma in casa. Mi vesto il più rapidamente possibile con i soliti quindicimila strati: leggings sotto i jeans, calzettoni di lana, canottiera, dolcevita, maglione di alpaca. Mentre mi pettino preparo la teiera e accendo il gas perché so già che dovrò aspettare mezz’ora perché l’acqua bolla. Maledetti questi 3500 metri di altitudine.

Con il freddo che mi penetra nelle ossa penso all’estate! Che voglia di estate. Voglia di pantaloncini e canottiere Voglia di bagni al lago e chiacchiere sotto il sole. Di quelle giornate lunghe, con il sole che sorge alle sei e tramonta alle dieci. E allora la nostalgia canaglia si fa sentire e inizio a pensare a tutte le cose che mi mancano. Penso a quanti chilometri ci sono di distanza tra casa e qui. All’oceano immenso che ci separa. Penso alla mia famiglia, ai miei amici, alle mie montagne e alla mia vita italiana. Penso che sono passati solo tre mesi dal mio arrivo a Cusco e il pensiero di quanti mesi manchino mi spaventa anzi in questo momento mi paralizza. è incredibile come a volte i giorni scorrano senza che me ne accorga e come invece ci siano giornate che appaiono interminabili. E allora inizio a piangere…avrei così tanta voglia di un abbraccio fraterno e un viso amico. Di un bacio della mia mamma di quelli pieni di affetto che ti ricaricano di amore e energia. Voglia di sfogarmi in italiano, nella mia lingua. Di essere capita e compresa da persone che mi conoscono da una vita. Per quanto a poco a poco stia cercando di tessere una rete di relazioni nella mia nuova dimensione peruana, in questo momento mi sento sola terribilmente sola. E la solitudine che a volte ricerco, ora la temo.

 

 

Sacco a pelo, bolsa dell'acqua calda, scalda collo y beretto..i miei migliori amici

Condensato di shock culturale

Posted on 16th May

12 giorni di attività sul campo. Una doccia. Non sono quanti chilometri in pickup su strade che in realtà sono sentieri. Ritmi stravolti: sveglia alle 5.00 ogni mattina (incluso sabato e domenica) se non alle 4.30 e la sera a dormire alle 20.00. Colazioni a base di: riso, patate, pollo e verdure sconosciute, delle quali per favore non chiedetemi i nomi perché non me li ricordo. Piedi congelati ogni sera che non ti fanno addormentare. Guanti e berretta di lana la mattina mentre si prepara la colazione e si lavano i piatti con acqua gelata. Insolazione il primo giorno che ti serve da lezione, il secondo giorno già capisci che il sombrero è d’obbligo se non vuoi ustionarti, ecco perché qui lo indossano tutti. Raffreddore che mi ha tenuto compagnia fino alla fine accompagnato dalla comparsa dell’immancabile herpes. Mi sono ritrovata a spellare una gallina intera alle 5.00 di mattina, raccogliere miele da un alveare vivendo attimi di puro terrore mentre sciami di api ronzavano davanti alla mia faccia. Ho giocato a pallavolo con dei bambini che erano cento volte più bravi di me nonostante avessero solo sei anni e mi domandassi come facessero ad allenarsi in una comunità spersa nel nulla nella quale di un campo da pallavolo non c’era la minima ombra. A 4.000 metri ho raccolto e mangiato le migliori pesche che abbia mai provato in tutta la mia vita. Per la prima volta ho assaggiato i tuna, che no non è il tonno come la parola potrebbe far pensare ma i fichi di india, amandoli all’inizio e odiandoli dopo qualche giorno trovandomi costretta a mangiarne una quindicina in un colpo, perché nelle comunità di campesinos non si può rifiutare la comida. Alla fine del campo non potevo più saperne di riso, choclo (mais), pollo e patate. E sapete una cosa? Ho sorriso al pensiero che ogni volta che vado a vivere per un periodo all’estero, vado sempre a finire in luoghi dove si mangiano un monton di papas! Prima Finlandia, poi Germania e ora qui in Perù. Quindi per favore quando torno, non fatemi vedere patate per un bel po’!

I miei occhi si sono riempiti di verde, di povertà e semplicità. Sono stati abbagliati dalla luce e dal cielo blu che solo le montagne e l’aria pura e rarefatta sanno regalare. Nella bellezza dei paesaggi che ho contemplato, ho cercato di comprenderne l’asprezza e le difficoltà che i suoi abitanti incontrano nel vivere in luoghi tanto belli quanto complicati. Mi è sembrato di tornare ai tempi di quando facevo gli scout: ho cucinato sul fuoco perché il gas qui non esiste, e gli occhi hanno iniziato a lacrimare per il fumo intenso. A fine giornata i miei capelli odoravano di quel forte profumo. Ho vissuto attimi di frustrazione per non riuscire a comunicare con persone che parlano solo quechua e non castellano. Allo stesso tempo però nonostante il mio spagnolo sia ancora estremamente basico, ho fatto il mio primo sogno in spagnolo. Una notte mi sono svegliata di soprassalto con una sete pazzesca, avevo appena sognato di mangiare una piadina con crudo, squacquerone e rucola che la mia hermanita Giulia mi aveva preparato. Era venuta a trovarmi portandomi una valigia piena del cibo che più extrano: crudo, grana e mozzarella.

Nei giorni sul campo mi sono commossa dinanzi alla generosità della gente che ho incontrato in queste comunità, persone che pur avendo poco sono disposte a compartir, offrendoti generosa comida e aprendoti le porte delle proprie case. Compartir è il motto di questa gente non competitir.

Dopo dodici giorni avevo voglia di tornare a casa, e per casa intendo la mia casetta di Cusco. Avevo voglia di rivedere i miei coinquilini e tornare alla routine della città. Anche se non posso negarlo, dopo dodici giorni spersa nel nulla, tornare in città è stato uno shock. Sognavo una doccia, il mio comodo letto, un panino con palta e queso (avocado e formaggio) e un buon cappuccino, eppure non so perché ma dopo qualche giorno già ho sentito nostalgia di quelle verdi montagne. Si vede che le montagne sono per me un vero richiamo e un bisogno primordiale?

Despacio

Posted on 15th April 

Despacio o meglio despacito. Non per fare riferimento alla canzone tormentone estate non mi ricordo che anno, ma perché qui i diminutivi sono all’ordine del giorno. Ogni parola viene trasformata in un diminutivo che termina con il suffisso ito- ita: una preguntita, un ratito, tempranito. E non perché la gente voglia sembrare mielosa, ma perché come ti spiegano fieri i Cusqueni, che per la maggior parte sono quechua hablanti, il Quecha è una lingua dai dolci suoni. Comunque despacio ovvero piano.

Un mese è passato dal mio arrivo a Cusco e sebbene non abbia ancora capito molto della realtà nella quale mi sono ritrovata catapultata, sicuramente una delle cose che ho appreso è che l’imperativo di questo anno sarà rallentare. E per una come me che è ha sempre cercato di andare a 200 all’ora, fidatevi rappresenta una vera e propria sfida.

Despacio, perché è inutile che ti ostini a mantenere l’andatura dal passo svelto che eri solita avere, a 3500 metri è semplicemente impossibile. Dopo due passi, sei costretta a fermarti per riprendere fiato con il cuore che batte a tremila giri.

Despacio, mentre cucini e imprechi per l’acqua che non bolle più. Guardi il timer dell’orologio per l’ennesima volta e solo allora ti ricordi che sei a 3500 metri, eh sì è vero, non è una leggenda l’acqua ci mette di più a bollire.

Despacio, te lo dice la mamita della caffetteria mentre ti vede trangugiare l’unico cappuccino decente che hai trovato in tutta la città. Tu lo stai trangugiando perché sei in ritardo per andare al lavoro, cerchi di spiegarglielo nel tuo spagnolo ancora basico ma sai già che i tuoi sforzi saranno vani; la mamita andrà avanti ancora dieci minuti a parlarti e tempestarti di domande chiedendoti se sei sposata e hai figli per poi salutarti quando ormai hai perso ogni speranza di arrivare puntuale.

Despacio, è il mantra che devi ripeterti ogni mattina durante la settimana di attività sul campo con i tuoi colleghi, quando non capisci il senso di svegliarsi alle 4.30 poi partire effettivamente solo alle 7.30. Impiegando tre ore per mettersi a cucinare caldo de galina, riso e verdure quando in 5 minuti faresti colazione con the e biscotti.

Despacio quando cerchi di formulare un discorso in spagnolo. Parti a razzo con la tua tipica parlantina da Italiana, ma dopo poche parole ti devi interrompere per pensare come tradurre e formulare il pensiero, il tuo vocabolario è ancora troppo limitato. E allo stesso tempo preghi il tuo interlocutore di parlare despacio por favor, perché non hai capito nulla ti ciò che ti appena chiesto.

Despacio, per non mandare a quel paese il collega che stai aspettando da un’ora. Ti incazzi perché sai benissimo che arriverai in ritardo alla scuola dove è in programma un’attività. Ti incazzi ancora di più quando la collega ti dice che ha dimenticato a casa la chiavetta usb con la presentazione preparata con cura e quindi ti ritrovi a dovere inventare un’attività su due piedi. Ma poi respiri profondamente e ti ricordi che sei tu la gringa bionda in questo paese. La gringa bionda alla quale il tassista chiederà sempre il doppio se non il triplo della tariffa che normalmente paga un peruano.

Despacio è il tempo che devi dare a te stessa per ambientarti in un mondo così diverso. Un contesto che all’inizio in realtà non ti sembra tanto distante dal mondo da cui vieni, dal momento che vivi in uno dei quartieri più turistici della città, dove in alcuni luoghi è più facile sentire parlare in inglese che non spagnolo. Un quartiere dove nella stesa via hai l’imbarazzo della scelta se mangiare peruano, americano, messicano, cinese, o indiano, o farti spellare in un vegan bistrot. Ma poi basta allontanarsi di pochi minuti per essere scaraventati su Marte. Un pianeta dove il tempo sembra essersi fermato. Non c’è luce, il pavimento è di terra e la gente cucina ancora sul fuoco con la legna. Per strade che sono sentieri di fango, nelle quali le persone ti salutano in quechua, perché lo spagnolo in molti proprio non lo parlano.

Ecco hai di nuovo fiatone, smettila di aumentare il passo, despacio Lucia, despacio. O come dicono in quechua, pisi pisi manta.

Armonia di colori

Preparativi

Posted on 13th February

 

Iniziano i saluti. È strano congedarsi da un’amica dicendole: “Ci vediamo tra dieci mesi”. Che poi diciamola tutta è come dirsi, ci vediamo tra un anno. Ma quanto è lungo un anno? Un’eternità. Quante cose possono cambiare in un anno. Che cosa troveremo al nostro rientro? Chi lasciamo resterà lo stesso? E IO che nuovo vestito indosserò?

Interrogativi inutili in realtà. Dal momento che questa stessa realtà muta così velocemente.

Sono stata investita in piena dal tram del cambiamento. Il mazzo di carte che abbiamo in mano può ribaltarsi da un giorno con l’altro. E quei castelli che non erano più campati per aria ma per i quali stavamo iniziando a costruire delle fondamenta possono trasformarsi in castelli di sabbia. Sai, come quelli che da piccoli costruivamo sulla spiaggia. Ci impegnavamo con tanto di paletta e secchiello. A volte non c’era nemmeno il tempo di ammirarli soddisfatti, ed ecco arrivare un’onda che in pochi secondi li travolge e li distrugge.

 

Non ho mai amato i saluti pre partenza. Non uso la parola addio perché l’ho sempre detestata, racchiude in sé tanta, troppa tristezza.

Non sono mai stata un asso nel preparare i bagagli. In quella valigia da 23 kg vorresti farci stare dentro il mondo ed invece ti ritrovi a dover scegliere: cosa portare e cosa lasciare a casa? E dopo pochi giorni dal tuo arrivo ti rendi subito conto che hai portato un sacco di cose inutili dimenticandoti invece quelle essenziali.

Ti riduci all’ultimo a correre tra banca e uffici, patronato e burocrazie varie perché hai preferito trascorrere le ultime giornate assaporando a pieno quell’aria che tanto ti fa sentire viva. Accarezzando per le ultime volte la roccia investita da questo sole ormai primaverile, o gustando la fine dell’inverno su quegli sci che tanto detestavi e che invece questo anno ti stanno stimolando. Facendoti coccolare dalle persone che più ti mancheranno.

Vorresti incorniciarle queste giornate. Catturarle con l’obbiettivo di una vecchia cinepresa e poi premere il tasto REC ed essere catapultata a destinazione. Eliminare questa attesa. Un cocktail di emozioni che è un misto di paura e curiosità. Ansie e aspettative.

 

Sono partita tante volte. Eppure questa volta è diverso.

Parto con un cuore fragile e allo stesso tempo pesante. Un cuore che ha voglia di tornare a sentirsi leggero e spiccare il volo. Una testa che fa fatica a concentrarsi nella quotidianità ma che allo stesso tempo sente il bisogno di esprimersi in progetti nuovi. Necessita nuovi stimoli e nuova linfa vitale. Il desiderio di tornare a vivere e non semplicemente a sopravvivere. Sentire la vita che scorre nelle vene.

Non è una fuga. Nonostante gli sforzi e i vani tentativi ho ben presto capito che dal dolore non c’è via di scampo. Possiamo cercare di trasformarlo, deviarlo, camuffarlo ma è dentro di noi. Perché non è vero che il tempo cura le ferite. Il tempo non guarisce un bel niente, sei TU che intorno alle tue ferite organizzi la vita. Questa nuova avventura è la semplice realizzazione di un progetto. Un piccolo sogno che serbavo da tempo, da ben prima che perdessi un pezzo di me, e che ora inizia a prendere forma. Una piccola vittoria personale conquistata con fatica, senza raccomandazioni ma per meritocrazia.

C’è una persona che più di tutti mi ha incoraggiata nell’inseguirlo. Mi ha supportata nel percorso di preparazione e ha gioito con me quando ha saputo che ce l’avevo fatta. Se ho scelto di partire quindi è anche grazie a TE.

Non sarà facile, io stessa mi ritrovo spesso a pensare se ce la farò, ma comunque vada saprò che non sarò sola.

Riflessioni di un'aspirante rifugista

Posted on 15th January 

 

Ho avuto la fortuna di iniziare a frequentare la montagna sin da bambina grazie ai miei genitori. Con le scuole elementari sono arrivate le prime vette (Adamello, Presanella, Lobbia, Cevedale..), conquistate come un piccolo trofeo in compagnia della sorella maggiore e dei cugini coetanei. Vivevamo queste gite con la gioia e la semplicità che solo i bambini sanno avere.

Ci divertivamo a contare le persone che superavamo sul sentiero e l’obbiettivo era arrivare al rifugio per acquistare l’ennesima spilla che andava ad arricchire la già fitta collezione.

A otto anni ero in cima al monte Rosa. Quell’anno a settembre al rientro a scuola, la maestra ci chiese di scrivere un tema raccontando una giornata speciale che avevamo vissuto durante le vacanze estive. Io ancora entusiasta della salita effettuata poche settimane prima, descrissi la mia ascesa al Monte Rosa. Già al tempo mi piaceva molto scrivere e le maestre avevano notato questa mia dote. In quel tema presi sufficiente. Fu uno schiaffo morale. La maestra mi rimproverò dicendo che avevo frainteso la consegna del compito assegnato: doveva essere un elaborato descrittivo non un tema di fantasia.

 

In quegli anni, durante le varie escursioni pernottavamo ovviamente nei rifugi e molto spesso i rifugisti restavano stupiti nel vedere una combricola di bambini così giovani cimentarsi già in piccole salite. Fin dalle prime notti trascorse in rifugio, rimasi estremamente affascinata e attratta dalle persone che vi lavoravano; dentro di me cominciò a maturare un sogno: da grande volevo fare la rifugista.

A sedici anni, il titolare di un rifugio delle Dolomiti di Brenta mi accolse tra il suo staff. Il lavoro mi piacque già dal primo giorno e tornai a lavorarci per sei estati. Tra la fine di una sessione d’ esami e l’inizio di quella successiva, riuscivo a ritagliarmi circa un mese e mezzo per fuggire in Brenta. Terminati gli studi universitari, con una laurea a pieni voti in scienze linguistiche e relazioni internazionali, decisi di provare a cimentarmi in un lavoro affine al percorso accademico conseguito.

Lavorai per circa tre anni nell’export department di due aziende diverse, ma ben presto mi accorsi che il lavoro d’ufficio non faceva per me.

Così a maggio dello scorso anno presi la decisione, incontrando il disaccordo di molti e l’appoggio di pochi, di abbandonare un posto di lavoro sicuro con un contratto a tempo indeterminato e una possibile carriera, per tornare a fare ciò che amavo.

Ho trascorso l’estate lavorando per quattro mesi in un altro rifugio delle Dolomiti di Brenta. Non posso negare che sono stati quattro mesi intensi di duro lavoro, ma lavorare in un ambiente stimolante, circondato da colleghi affiatati e che lavorano con forte passione rende tutto più facile. Il clima che si respirava era lo stesso di una grande famiglia.

 

Terminata la stagione, ho trascorso attimi di indecisione e spaesamento. Ciò di cui ero certa era che non sarei mai tornata indietro sui miei passi. La gabbia di un ufficio non mi avrebbe catturata di nuovo.

Durante i mesi in rifugio, si era rafforzata in me la convenzione che gestire un rifugio in montagna fosse la mia strada. Sapevo che non sarebbe stato facile, che avrebbe richiesto tempo e sacrifici ma era ciò che mi rendeva felice.

A inizio novembre, si presentò un’occasione che sembrava essere disegnata a pennello per me. Navigando in rete, scoprì che era stato pubblicato un bando per la gestione di un piccolo rifugio nelle Orobie ai piedi della parete sud ovest della Presolana. Avendo trascorso gli ultimi anni praticamente sempre nella zona delle Dolomiti di Brenta, si trattava di un rifugio che conoscevo relativamente poco. Così per saperne di più, feci una telefonata ad un amico guida alpina nonché grande frequentatore della zona. Da quella telefonata, il sogno di gestire un rifugio iniziò a prendere concretamente forma.

La stessa guida infatti mi invita a partecipare al bando per l’assegnazione del rifugio insieme ad un amico. Saremmo stati una squadra perfetta, un team eterogeneo composto da persone qualificate ed esperte in tre settori differenti ma tutti indispensabili per un’efficiente gestione di un rifugio, accomunati da una forte passione per la montagna. Un’esperta guida alpina ed istruttore nazionale nonché grande conoscitore e promotore della zona delle Orobie, uno chef che vanta un'esperienza ventennale nel campo della ristorazione ed Io che seppure giovanissima avevo esperienza di lavoro in rifugio.

Eravamo consapevoli del fatto che non si trattasse di un rifugio semplice: acceso complicato, pochi posti letto, ma queste difficoltà rendevano la sfida ancora più interessante e stimolante.

Abbiamo investito energie nella stesura di un progetto che fosse il più completo possibile, che includesse non solo aspetti legati alla promozione e alla valorizzazione del territorio, ma anche una serie di iniziative culturali ed educative finalizzate ad invogliare un numero sempre maggiore di persone a raggiungere il rifugio.

 

Scaduto il bando, dopo aver consegnato tutta la documentazione necessaria restiamo in trepidante attesa. Sappiamo che abbiamo buone possibilità. Sono numerose le persone che ci sostengono e sperano nel nostro successo. In tanti si sbilanciano ad affermare che non abbiamo rivali, chi altro potrebbe soffiarci il posto? Io non mi sbilancio sono così di natura, un po’ come San Tommaso” finché non vedo, non credo”.

A fine dicembre riceviamo un’email di convocazione per un colloquio orale, siamo in semi finale insieme ad altri due candidati. Siamo sereni e consapevoli che non abbiamo nulla da perdere. Abbiamo tutte le carte in mano per provare a vincere.

Durante il colloquio ci viene detto che siamo quelli con il punteggio più alto, e che anzi la commissione è rimasta stupita dalla nostra candidatura: che voglia hanno tre persone cosi competenti a buttarsi in un progetto simile? La nostra risposta è semplice ma sincera: crediamo nel progetto che abbiamo presentato e siamo spinti da una forte passione e motivazione. Dopo il colloquio, viviamo altri giorni di attesa e poi finalmente riceviamo l’email con l’esito finale. Non ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati secondi. Non ci capacitiamo di come sia possibile. Necessitiamo di chiarimenti. Che motivazioni hanno fatto cambiare idea alla commissione? Perché la decisione finale è propensa per gli altri e non per noi? Dove abbiamo peccato?

Attenzione signore e signori perché ora arriva il bello. Le motivazioni che ci vengono fornite forse non avremmo voluto neanche sentirle. Perché non sono fondate, perché ancora una volta sono la conferma che troppo spesso questi bandi non vengono affidati secondo criteri oggettivi e meritocratici ma solo secondo una fitta rete di conoscenze e favoritismi. Era già successo in precedenza con altri due altri rifugi sempre in zona, speravamo che questa volta le cose andassero diversamente.

È cosa nota che i giovani italiani meritevoli per ricevere il merito che gli spetta debbano per forza emigrare perché nel bel paese i loro meriti il più delle volte non vengono riconosciuti. Si sa che in Italia se vuoi raggiungere il vertice del vertice, se vuoi avere successo, puoi farcela solo se sei il figlio dell’amico dell’amico. Il punto è che non ci si aspetta che questo sistema clientelare abbia avvelenato anche una realtà come quella del CAI.

Un ente che dovrebbe diffondere valori quali l’etica, il rispetto per l’ambiente e l’educazione ai giovani. Cosa insegniamo ai giovani? Che vinci il bando di un rifugio solo se hai le mani in pasta? Solo se conosci il presidente della sezione CAI?

La montagna è una delle migliori maestre di vita. E cosa ci insegna? Ci insegna che le vette si raggiungono solo con tanta fatica, che in montagna non si può imbrogliare perché imbroglieremmo solo contro noi stessi. Se non abbiamo le forze per raggiungere una vetta non ci resta che tornare indietro. In montagna puoi avere tante conoscenze quante vuoi, ma queste non ti aiuteranno a conquistare le cime più alte.

E allora invito tutte queste persone a fermarsi un attimo a riflettere.

Di seguito trovate le motivazioni che ci sono state fornite in merito all'assegnazione del rifugio da parte della commissione incaricata:

1) con grande sorpresa scopriamo che: per gestire un rifugio conta più la figura di un manutentore che non di una guida alpina.

A questo punto dal momento che nella tabella punteggi di questo bando, nella voce professionisti della montagna non era nemmeno menzionata la figura di guida alpina, suggerirei di inserire quella di manutentore, se per il CAI ha più valore.

2) in un primo momento ci viene detto che la scelta è dipesa dal fatto che i candidati prescelti hanno già gestito un rifugio. Chiediamo ulteriori chiarimenti. Di che rifugio si tratta? Ah no, in realtà non è un rifugio ma un agriturismo, che poi però risulta essere un’azienda agricola.

3) Ed infine la ciliegina sulla torta, a conferma della tesi che vince chi ha le mani in pasta, viene palesemente ammesso che la commissione aveva già conoscenze con i candidati prescelti: Eh poi, perché li conoscevamo già. Ecco allora l’ennesima conferma che allora l'assegnazione non avviene per meritocrazia ma per conoscenze.

A seguito di questi chiarimenti che riceviamo, proviamo tanta delusione e tanto rammarico. Nel mio caso anche la presa di coscienza che la motivazione, la passione e le competenze non sono sufficienti.

 

Ci penso tanto nei giorni seguenti, ho quell’amaro in bocca. Riflettendo però mi rendo anche conto che comunque sono immensamente grata a tutte le persone che con me hanno creduto in questo progetto e in questo sogno. Sono infinitamente grata ai rifugisti che nei vari anni mi hanno accolta a lavorare con loro. Alle competenze e alle conoscenze che mi hanno trasmesso, alla passione con la quale svolgono il loro lavoro. Perché per fortuna alcuni Rifugisti con la R maiuscola sopravvivono ancora. Ringrazio chi ha speso un po’ di tempo prezioso per leggere le varie bozze del nostro progetto, donandoci preziosi consigli e suggerimenti, chi si è reso disponibile a scrivere alcune righe di referenza nei miei confronti, attenzione Referenza non confondetela con Raccomandazione, descrivendomi come: "una ragazza solare che porta un grande sorriso, dote molto importante in questo lavoro perchè sa rendere tutto migliore in pochi attimi. Lucia ha un grande spirito di adattamento, ha un modo di approcciarsi alle persone che solo chi ha vissuto veramente in montagna conosce". 

Ringrazio tutti i clienti che nelle varie stagioni in rifugio hanno elogiato e apprezzato il mio lavoro, donandomi un sorriso, è anche grazie a queste persone che l'entusiasmo di lavorare in un rifugio si gratifica e si consolida. Un grazie di cuore va al papà che mi ha trasmesso questa sana passione per la montagna e a tutti coloro che in questi anni hanno condiviso con me questa passione.

Ed infine ringrazio un angelo che da lassù, da in cima ad una vetta, è stato al mio fianco anche se purtroppo solo per un breve periodo, condividendo con me questo forte amore per la montagna. Insegnandomi ad affrontare le salite con umiltà e gentilezza. Spronandomi a credere in me stessa, incoraggiandomi ad inseguire i sogni anche se questi a volte ci impauriscono e sembrano impossibili.

Non mi resta quindi che continuare a credere in questo bellissimo sogno con la speranza che prima o poi possa diventare realtà.

Guardate lontano e anche quando credete di star gurdando lontano, guardate ancora più lontano

La forza di (ri)alzarsi

Posted on 4th January 

 

Ciao Franz,

 

oggi mi sento tanto triste e sento un estremo bisogno di scriverti per sentirti più vicino.

Vorrei parlarti di persona ma non posso più farlo, non posso telefonarti e allora non mi resta che aggrapparmi alle parole. Al potere salvifico della scrittura. Quell’arte che tanto mi incoraggiavi a inseguire e coltivare nonostante i miei dubbi e le mille perplessità.

È un mese che sei volato in cielo, sfumato nel vento. Sembra essere passata un’eternità. So che potrebbe sembrarti una frase scontata, di quelle che si trovano nelle citazioni quando si ricerca su Internet in fretta e furia una frase da scrivere su un biglietto di auguri o per qualche altra ricorrenza, ma è proprio vero che ci si rende conto realmente del valore delle persone che abbiamo al nostro fianco solo quando queste non sono più con noi.

Quest’estate durante i quattro mesi della stagione in rifugio ne avevo provato un piccolo assaggio. Ma nulla di paragonabile rispetto a ciò che sto provando ora. Hai lasciato un senso di vuoto totale, un buco di tali dimensioni che ora come ora mi risulta impossibile da colmare.

 

Oggi è una mattina che sa di insipido. Di quelle durante le quali non trovo nessuna buona ragione per alzarmi dal letto. La sveglia è suonata da un bel pezzo, ho perso la cognizione del tempo. Mezz’ora, un’ora? Il sole molto probabilmente è già alto, e le lacrime hanno già fatto capolino.

Questa è una di quelle giornate che trascorrerei standomene sdraiata tutto il giorno nel letto persa nei miei pensieri. Riguardando per la centesima volte le nostre fotografie sul telefono. Ne conosco a memoria l’ordine praticamente. Ogni fotografia mi riporta ad un ricordo. È con questi ricordi che cerco di colmare la voragine della tua assenza.

Con la mente mi sforzo di ricostruire quei momenti, raccogliendo quanti più dettagli possibili. E alla fine non so come, nonostante le lacrime continuino a scendere mi ritrovo sempre a sorridere. Forse perché insieme eravamo tanto felici?

Ho confidato a più di una persona che a volte ho paura di dimenticarti. Mi hanno detto che è impossibile. Nessuno potrà portarmi via il bagaglio di ricordi che mi porto appresso. Come cicatrici resteranno per sempre sulla mia pelle.

 

Il tempo scorre. Dove trovo la forza per alzarmi dal letto stamattina? Pensandoti. Ti arrabbieresti a vedermi poltrire e marcire in questo stato con una giornata del genere. Riesco quasi a sentirla la voce del tuo rimprovero. “Dai Lu, alzati, è una giornata stupenda. Splende il sole. Colazione e via si parte. Cosa vuoi fare oggi? Andiamo a correre, a camminare, andiamo a fare due tiri in falesia? “.

E allora conto fino a tre, mi alzo di scatto.

Senza nemmeno vestirmi, in pantaloncini e canottiera apro la porta finestra e mi affaccio sul balcone. L’aria è frizzante. Alzo gli occhi al cielo, e mi lascio pervadere dal calore dei raggi di sole. Chiudo gli occhi e con la fantasia ridisegno il tuo viso accompagnato da quell’immancabile sorriso. “Buongiorno angelo dagli occhi blu”. “Buongiorno Principessa”.

 

Sunrise

Perchè scrivere fa bene al cuore

Posted on 23th December 

 

Queste parole sono dedicate a tutti coloro che mi chiedono come sto. Come sto ? Non so neanche io come mi sento. Sono come il cielo d'Irlanda. Il mio umore cambia così repentinamente da essere più veloce di quanto corrano le nubi.

In alcuni istanti è sereno, splende il sole e mi ritrovo inconsciamente a sorridere, mentre un attimo dopo lacrime salate iniziano a rigarmi il volto, ed allora ritornano le nubi e la nebbia.

Vorrei che si esaurissero tutte queste lacrime. Lacrime che scendono così forti ed ininterrotte da provocarmi mal di testa lancinanti. Così taglienti da segnarmi la pelle del viso. Scorrono come un fiume in piena, e quando partono niente e nessuno riesce a fermarle. Non una parola di conforto, non un abbraccio, o il calore di una persona vicina. Mi sento inerme. Sono loro a dominarmi e così come da sole stabiliscono quando iniziare il loro percorso, allo stesso modo spontaneamente ed improvvisamente sono loro a decidere quando arrestarsi.

Pensavo fossero limitate. Ed invece a quanto pare dentro ognuno di noi si nasconde una riserva inesauribile di esse.

 

Queste parole sono dedicate a tutti coloro che mi dicono che sono una ragazza forte e piena di energia, e quindi supererò questo momento alla grande.

Ecco tutte queste persone ci sono giornate in cui vorrei mandarle a cagare. Perché ci sono eventi nella vita che ci travolgono con una tale forza e violenza da sradicare anche gli alberi con le radici più profonde. Non siamo preparati ad affrontarli, non esistono misure antisismiche o preventive. Argini che possano contenerli. E quindi tu essere umano, puoi essere forte quanto vuoi, pieno di energia e vitalità, gioia di vivere e buoni propositi, ma non illuderti il dolore ti distruggerà comunque. Ti avvolgerà e ridurrà il tuo cuore in mille brandelli. Ti strapperà ogni singola fibra di energia che possiedi fino a farti sentire spossato e svuotato. Ti toglierà l’appetito e annullerà gran parte delle certezze che possiedi. Ti renderà apatico, renderà i ricordi appannati. I tuoi progetti futuri che prima ti sembravano così vicini e realizzabili, diventeranno traguardi impossibili.

 

Queste parole sono un sincero vaffanculo a tutti coloro che mi hanno tartassato di domande sul perché e il come sia successo.

Ho trascorso, e sicuramente passerò ancora, ore a pensarci. Mi sono scervellata. È un pensiero che spesso mi sveglia di soprassalto nel bel mezzo della notte con incubi terribili tormentandomi per ore intere ed impedendomi di dormire. Centinaia di volte ho cercato di ricostruire i suoi ultimi attimi, mi sono soffermata per lunghi istanti a guardare la relazione della via ricostruendola mentalmente. Ho ascoltato personalmente la testimonianza di chi chi ha assistito parzialmente all’incidente. Ma è tutto uno spreco inutile di energie. Il risultato non cambia. È come la regola matematica della proprietà commutativa: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

Invito quindi tutte queste persone a concentrarsi su un unico pensiero: Francesco stava facendo ciò che più amava ed era felice, lo dimostra il sorriso delle fotografie scattate da chi quel giorno l’ha incontrato in parete. Era una giornate dal cielo blu, e c’era il sole. Ecco questo è tutto ciò che conta.

 

Chi è il Franz ?

Posted on 11 December 

 

Questo sarebbe stato il mio biglietto d’auguri per te. Tanti auguri Franz.

 

Chi è il Franz ? Il Franz è il Franz. Un uomo difficile da descrivere con le parole, un uomo difficile da conoscere.

Si concede poco a poco, come una donna ricercata va a lungo corteggiato. All’apparenza potrebbe sembrare schivo e sulle sue, in realtà nasconde dentro di sé un immenso cuore. Tra gli amici ognuno conosce di lui un piccolo tassello, e quando ci si ritrova per mettere insieme i pezzi il risultato finale è un puzzle meraviglioso. Tante piccole tessere dalle mille sfumature che accostate l’una all’altra non creano disordine ma bellezza ed armonia.

 

Il Franz è un uomo che ha saputo ricostruire il cuore di una donna che come un vaso quando cade si era frantumato in mille pezzi. Come un arcobaleno dopo un temporale, ha ridato serenità e colore alla vita di questa donna. L’ha incoraggiata a credere nelle proprie capacità e a non avere paura ad inseguire i propri sogni, anche se a volte questi ci fanno paura e sembrano irrealizzabili.

 

Per il Franz non esiste caldo o freddo, sereno o cattivo tempo, qualcosa si combina lo stesso. Anche se è nuvolo e ci sono tre gradi si riesce comunque a fare due tiri in falesia, se piove una corsetta non fa mai male. Quando si è in sua compagnia è impossibile essere tristi o di cattivo umore, ha una battuta sempre pronta ed ecco che il sorriso fa capolino.

 

È dotato di un dono unico il Franz. Un dono speciale che pochi nella vita hanno la fortuna di avere.

Nutre una passione che nessuna donna al mondo potrà strappargli via. Un amore che brilla nei suoi occhi, che trasmette a chiunque lo incontri sul cammino, che trasuda da ogni poro della sua pelle, che lo sfama e lo disseta. Ogni opportunità viene colta al volo per andare a trovarla. Percorre chilometri e chilometri in macchina, a piedi, sugli sci per raggiungerla.

La ama in ogni veste essa si mostri e in ogni stagione. Non ha importanza che sia coperta da un manto di neve, da uno strato di ghiaccio, o che rilasci il calore immagazzinato dai raggi di sole che la investono. Le emozioni che Franz prova quando è in sua compagnia sono indescrivibili. Franz stesso non riesce a trasmetterle a parole. Sono emozioni uniche che Franz custodisce gelosamente dentro di sé. Sentimenti che si amplificano quando si trova da solo con LEI.

Quel che è certo è che in sua compagnia Franz è estremamente felice, LEI è la sua vita, una scelta di vita, è la sua gioia di vivere. Non riesce a starle lontano a lungo, sente subito nostalgia. È un richiamo naturale. Un bisogno primordiale.

Solo chi come il Franz ha avuto la fortuna di incontrarla ed innamorarsene potrà comprendere queste righe: Cara Lu, nella mia indole di uomo ed alpinista, ci sono momenti che avrei piacere a trascorrere da solo. Le emozioni che ne scaturiscono, appartengono alla parte più intima di ogni uomo, ed una volta tornato a valle, svaniscono tre le montagne, perché quello è il loro posto”.

Tanti auguri Franz. La tua Lu.

Inseguendo l'alba

posted on  26 November 2018 

 

Ore 4.30 di una fresca mattinata di inizio settembre, la sveglia del telefono suona, cerco l'interruttore della luce, ma dopo qualche secondo realizzo che non troverò nessun interruttore dato che mi trovo in una camera di un rifugio a 2.200 metri dove la notte non cè corrente perché il generatore viene spento.

 

Faccio mente locale, e inizio a cercare la pila frontale, la trovo e la accendo facendo attenzione a non puntarla sul letto della mia compagna di stanza che sta ancora dormendo. Mi alzo di scatto, è un risveglio traumatico, ma conoscendomi so che se temporeggiassi anche solo per pochi minuti, coccolata dal calore del piumone, mi riaddormenterei nel giro di pochi secondi.

Tolgo il pigiama, fa freddo, terribilmente freddo. Ci saranno sì e no quattro gradi in questa stanza. “Alzarsi alle quattro per andare a vedere l’alba, ma che bella idea Lucia. “ Avrei potuto dormire a lungo questa mattina, invece la sete di quei paesaggi mozzafiato che solo le albe in montagna sanno regalare, mi ha portata a questa folle sveglia.

Appoggio la frontale sul letto, e mi vesto il più in fretta possibile per combattere il freddo. Pantaloni pesanti, maglietta termica, calze di lana merinos, pile, piumino, zainetto, ok sono pronta.

Apro la porta e la richiudo cautamente, scendo le vecchie scale in legno che scricchiolano al mio passaggio. Entro nella sala da pranzo avvolta nell’oscurità, nessuno ha ancora fatto colazione. Ci sono pochi ospiti in questi giorni in rifugio, la stagione sta giungendo al termine. Mangio al volo una fetta di pane e due biscotti, bevo una tazza di tè ed esco inghiottita dal buio della notte.

L’aria fredda dà sferzate sul mio viso, che si ripercuotono sul resto del corpo in piccoli brividi. Sprazzi di energia ed adrenalina che mi aiutano a svegliarmi. Alzo gli occhi al cielo: è nero come la pece ma costellato da migliaia di piccoli puntini bianchi, è una stellata magnifica.

 

Inizio a correre, e mi accorgo subito che la luce della frontale è piuttosto fioca. Per fortuna ho percorso questo sentiero decine di volte questa estate e lo conosco a memoria.

Dopo pochi minuti, la frontale decide di abbandonarmi del tutto. “ Lucia stai calma. Conosci a menadito questo sentiero, te la caverai benissimo anche senza frontale”. Guardo l’orologio per vedere che ore sono, ho paura di essere in ritardo, e di arrivare a destinazione che il sole sia già sorto.

Cerco di aumentare il ritmo dei passi, ma sento le gambe rigide. Ho sempre fatto fatica a correre al mattino presto.

Non demordo, e continuo a correre, finalmente sono all’inizio del ghiaione, ora inizia la salita. Nell’oscurità cerco di intravedere i segni bianco e rossi che identificano il sentiero. È facile perdersi in questo punto. Soprattutto se è buio pesto e non hai una frontale. “Lucia, stai calma” ispiro profondamente. Chiudo gli occhi e con la mente cerco di ricostruire la traccia del sentiero. Li riapro e dopo qualche passo scorgo su un sasso quel segno bianco e rosso che tanto attendevo. “Bene sono sulla strada giusta”. Dopo qualche minuto intravedo anche le corde fisse della ferrata, ora non posso più sbagliare. Afferro il cavo ed inizio a salire.

Al termine della ferrata so che devo puntare verso sinistra. Su questo tratto non ci sono segni sul sentiero. Sembra tutto uguale, rocce e solo rocce. Inizio a vagare senza una meta precisa, ad un tratto una scarpa tocca la neve. Sento il piede scivolare, cerco l'equilibro, cado sul nevaio per qualche metro, finché non riesco ad arrestarmi. Un brivido di adrenalina mi scuote e mi riporta alla realtà. “Sto andando nella direzione completamente sbagliata, se finisco sul nevaio , sono guai seri”. Cerco di tornare sui miei passi. Vedo un masso gigante mi siedo e lacrime imperlate di sudore iniziano a rigarmi il viso. Sono lacrime di paura, di smarrimento. Sono lacrime di liberazione, di mesi di pensieri e solitudine. Sono lacrime di scelte. Se sono quì ora sola è perché l’ho scelto. Ho scelto di fare la stagione in rifugio, di abbandonare un contratto a tempo indeterminato per trascorrere più tempo in montagna ed inseguire un sogno.

Non so quanto tempo passa, ma quando rialzo gli occhi al cielo vedo che ha iniziato ad albeggiare e scorgo in lontananza il rifugio. Non perdo un attimo ed inizio a correre. È una corsa liberatoria, una corsa di rinascita. Tiro fuori tutta la forza che è dentro di me. Quando arrivo al rifugio, è il quadro più bello che abbia mai visto. Sembra che madre natura l’abbia dipinto apposta per me. Striature rosee , che si incendiano e diventano rosso fuoco. Sono sola ad assistere a questo spettacolo. Non sono mai stata così in pace con me stessa.

 

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2018

La puoi trovare qui :

 

http://www.altitudini.it/inseguendo-lalba/ 

Follow the Sun

Series of Partner in Crime: Chapter 1 Alice in Wonderland

Posted on 14 November

 

Alice, è la prima vittima che ho scelto tra le descrizioni dei miei partner in crime.

Alice è stata una piacevole scoperta di questa estate durante la stagione trascorsa a lavorare in rifugio.

Ci sono persone che non si scelgono, entrano nella nostra vita quando meno te l’aspetti e fin da subito scatta un’intesa profonda, come se quella persona la conoscessimo da una vita. Con Alice è andata proprio cosi. Non abbiamo avuto modo di conoscerci gradualmente, di scoprirci. No, ci siamo ritrovate a condividere la stessa camera, a lavorare insieme, trascorrere le giornate sotto lo stesso tetto h24 per quattro lunghi mesi.

Nessuna via di scampo. Un rifugio a 2.000 metri e una camera nella quale tra vestiti, zaini, tappetini yoga e materiale di arrampicata, faticavamo a muoverci.

 

Molto simili per certi versi ma estremamente diverse per altri. Io irrequieta, troppo polemica a volte. Durante i pochi momenti di pausa dal lavoro non vedevo l’ora di andare a correre e muovermi. Lei tranquilla e pacifica. Trascorreva beata gli attimi di riposo godendosi una sigarettina ed assaporando raggi di sole. Otto anni più vecchia di me, mi odierà per questa descrizione già lo so, ma con la grinta e lo spirito di una quindicenne e la maturità di una donna adulta. In un modo o nell’altro, sono sempre riuscita a trascinarla nelle mie scorribande: bivacchi sotto le stelle rinunciando alla comodità e il calore della nostra cameretta, sveglie folli per andare a vedere albe mozzafiato, corse notturne per scendere in paese a bersi una birretta e respirare un po’ di civiltà.

Quando non ero io a proporle qualche “fuga”, era lei a convincermi a seguirla.

 

Non esagero quando affermo che non penso sarei riuscita a sopravvivere ad una stagione in rifugio senza Alice. Fare una stagione quattro mesi in rifugio dove ci sono giorni che lavori anche 16 ore non è facile.

La vita di rifugio è scandita da attimi di pura felicità, in cui ti senti piena di energia al 200% contrastatati da attimi di delirio, in cui vorresti a mandare a quel paese chiunque ti trovi davanti e arrivi a sera talmente stanca da buttarti nel letto con i vestiti addosso. Era proprio in questi attimi che trovavamo sostegno e conforto reciprocamente.

Alice è stata una spalla su cui appoggiarmi, una sorella maggiore con la quale confidarmi, un’amica con la quale ridere fino a farmi venire mal di pancia, un fazzoletto per asciugare lacrime, un compagno d’avventura, un consigliere fidato.

Terminata la stagione, avevamo entrambe molta paura. Paura che la nostra amicizia che era sbocciata così velocemente ed intensamente, alla fine sarebbe appassita altrettanto velocemente. Complice forse la distanza geografica che non avrebbe permesso di mantenere un rapporto costante e quotidiano. Ma alla fine i rapporti umani autentici sono proprio quelli che riescono a sopravvivere al tempo e alla distanza. E con Alice è andata proprio così.

Hut lifestyle

Quel bisogno primordiale

Posted on 7 November

 

Piove, c'è nebbia e fa freddo. Le cerco tutte le scuse per non uscire a correre.

Con in mano una tazza fumante di tè, osservo ancora per qualche minuto il grigio paesaggio fuori dalla finestra. So già la fatica che mi aspetta, un motivo in più per desistere.

Ma poi penso al senso di libertà che provo quando corro e alla soddisfazione del fare fatica.

In un attimo mi ritrovo ad imboccare il sentiero dietro casa, immersa nell'umidità autunnale tipica della pianura padana.

 

La fatica mi fa sentire viva. Mi rende consapevole che ho un corpo che non può starsene a poltrire tutto il giorno, ma necessita di muoversi, di sfogarsi. A volte addirittura per aumentarla corro con in spalla zaini pesanti, gli riempio di bottiglie d'acqua. In questo modo, simulo gli avvicinamenti in montagna, quando spesso il mio corpicino, al di sotto dei 50 chili,deve trasportare zaini che a volte pesano venti chili, carichi di materiale acqua e cibo.

 

La corsa ha sempre significato per me tre parole: liberazione, solitudine, ricerca.

Non sono mai stata una runner di livello, non ho mai fatto gare (o almeno non ancora), non ho mai seguito tabelle di allenamento specifico.

Ho sempre prediletto altri sport rispetto alla corsa: una giornata trascorsa con amici in falesia ad arrampicare, una ravanata in montagna, una cascata di ghiaccio.

Eppure, nonostante il mio rapporto di amore-odio nei confronti di questo sport, sento il bisogno di correre. Corro per sprigionare tensione, delusioni, abbandonare pensieri negativi e paure. C'è chi affoga i propri dispiaceri in una bottiglia di vino, che si fuma una canna, chi trangugia chili di gelato, io semplicemente corro e lo faccio da sola. Molti adorano correre in gruppo, io lo detesto. Correre infatti per me è anche ricerca di solitudine. Una donna che molti temono, ma con la quale invece io amo trascorrere del tempo. Sento il bisogno di isolarmi, isolarmi da ogni rumore, ascoltare il silenzio che parla con le parole più belle che ogni umano possa trovare. Cerco posti isolati. Non amo macinare chilometri sull’asfalto, preferisco perdermi su sentieri in collina. Sentire il rumore della foglie al mio passaggio, sporcarmi le scarpe e le gambe di fango. Scivolare a volte. Sbucciarmi i palmi della mani in discesa.

 

Mentre corro, sono travolta da sentimenti contrastanti. All’inizio il primo pensiero è sempre lo stesso: chi me l’ha fatto fare. Non è divertente, costa fatica solo tanta fatica. Quindi il rimprovero a me stessa e alle mie malsane idee.

Poi si passa alla fase in cui, la fatica inizia a farsi sentire e quindi è necessario concentrarsi. Ed allora cerco di svuotare il cervello da ogni distrazione, di concentrarmi sul ritmo dei passi, sul respiro. Inspiro ed espiro, il caldo del fiato crea circoli di fumo nell'umidità dell’aria.

Balena nella mente l’istinto di fermarsi ed iniziare a camminare. Il grillo parlante che si fa sentire: “ No, Lucia tieni duro, non mollare”. La salita che sembra eterna, l'orgoglio e la determinazione che riaffiorano e mi danno la forza per continuare. Stringo i denti, scappa anche un MERDA.

Gli ultimi sforzi, vedo la fine della salita. Sento il volto paonazzo. Inizio a contare, è il countdown finale. Finalmente sono in cima. Da qui in poi, è solo discesa. Lascio andare le gambe e per un attimo i pensieri. Uno sguardo all’orologio.

Lo sprint finale e senza nemmeno rendermene conto sono già di ritorno a casa.

Un po’ di streching in giardino ed infine la meritata doccia calda. Quella doccia che già all’inizio della corsa tanto sognavo.

Grey day: running under the rain